Sanremo 2026, le grandi defezioni fanno rumore: fuga o selezione naturale?

Negli ultimi giorni, attorno a Sanremo 2026 si è diffusa una parola pesante come un acuto fuori scala: rifiuto. Secondo indiscrezioni sempre più insistenti, sarebbero numerosi – e soprattutto ingombranti – i nomi che avrebbero detto “no” a Carlo Conti, lasciando il direttore artistico con più porte chiuse che demo sul tavolo.

Tra gli artisti che avrebbero declinato l’invito figurano Annalisa, Angelina Mango, Carmen Consoli, Ernia, Anna, a cui si aggiungono coloro che hanno già chiarito pubblicamente la propria assenza: Alfa, Baustelle, Fabrizio Moro, Sergio Cammariere, Enrico Ruggeri. Non si tratta di indiscrezioni qua e là, ma di un vero e proprio clima di ritrosia diffusa nei confronti del Festival.

E la supposizione che circola è una sola: Sanremo non è più il sogno di una volta.

La scusa della “canzone giusta” non regge più

Per anni ci si è nascosti dietro la formula “non ho un brano adatto a Sanremo”. Ma cosa significa davvero, nel 2026, “brano adatto a Sanremo”?

L’anno scorso il palco dell’Ariston ha visto convivere artisti e generi agli estremi: dal pop più radiofonico all’indie d’autore, dal rap alla canzone melodica tradizionale. La vera selezione, oggi, non sembra più musicale, ma televisiva e strategica.

Sempre più artisti percepiscono Sanremo come un rischio, non come un trampolino. Un’operazione che può portare visibilità, certo, ma che può anche trasformarsi in un boomerang mediatico e commerciale.

Quando il Festival diventa un boomerang

Il recente passato parla chiaro. Artisti accolti con grande entusiasmo come Elodie e Tony Effe hanno vissuto una brusca frenata sul palco: posizioni basse, canzoni contestate, e – guarda caso – un calo di entusiasmo attorno ai loro live successivi.

Sale mezze vuote, date ridimensionate, richieste in calo. Non è solo colpa di Sanremo, ma è evidente che un flop in prima serata nazionale lascia il segno.

Per molti, partecipare non è più una medaglia da appuntarsi, ma una roulette russa a colpi di televoto.

E se i “no” fossero una benedizione?

Il paradosso è che questo presunto rifiuto collettivo potrebbe migliorare Sanremo.

Nelle liste alternative circolano nomi più solidi, coerenti e musicalmente interessanti:
Maria Antonietta, Colombre, Anna Castiglia, La Niña, Emma Nolde, Chiello, Sayf, Luché, Nayt, Venerus, Frah Quintale, Fulminacci, Tropico.

E poi ancora: Arisa, Malika Ayane, Serena Brancale, Ermal Meta, fino all’inaspettata coppia Masini & Fedez. Un mix che profuma di contenuto, non solo di streaming.

Se questa è davvero la “seconda fascia”, allora forse il Festival potrebbe finalmente respirare nuova linfa autentica.

Sanremo non è più “cool”. E questo lo cambia

Oggi il Festival viene percepito più come un evento mediatico che come un faro culturale. Si va se conviene, se fa hype, se “fa bene al brand”. Quando smette di farlo, si declina, con educazione o senza.

Ma proprio questa crisi potrebbe diventare un’occasione rara: ritrovare identità, rischio, verità musicale.

A volte, per scrivere una nuova storia, serve prima il coraggio di far chiudere qualche porta.

Fonte: Il messaggero

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